Riflessioni sulla Santa Messa, 24

Di Achim Buckenmaier

In comunione con il nostro Papa

In tutte le preghiere eucaristiche vengono nominati il Papa e il vescovo locale.
Se nel 2013 si prende parte a una celebrazione eucaristica nella diocesi di Augusta, allora la terza preghiera eucaristica reciterà:
Conferma nella fede e nell’amore la tua Chiesa pellegrina sulla terra: il tuo servo e nostro Papa Benedetto, il nostro vescovo Konrad, il collegio episcopale, tutto il clero e il popolo che tu hai redento.
Questa preghiera chiede la protezione, la fede, la carità e l’unità per la Chiesa.

Nel Canone romano, la prima preghiera eucaristica, non formula una richiesta ma descrive piuttosto la fede e la pratica di vita della comunità dei credenti:
Noi te l’offriamo anzitutto per la tua Chiesa santa e cattolica, perché tu le dia pace e la protegga, la raccolga nell’unità e la governi su tutta la terra, con il tuo servo il nostro Papa …., il nostro vescovo … e con tutti quelli che custodiscono la fede cattolica, trasmessa dagli Apostoli.

La comunità radunata attorno alla mensa eucaristica non è un’associazione di persone che la pensano nella stessa maniera e che si sono uniti per realizzare insieme un progetto. Un’associazione di persone che hanno gli stessi interessi può essere fondata. La Chiesa non può essere fondata, perché è già esistente.
Essa è un’iniziativa di Dio e ha le sue origini nella storia d’Israele.

Il gruppo di coloro che partecipano alla celebrazione eucaristica, se sono in comunione con il Papa e il loro vescovo, i quali rappresentano tutta la storia della salvezza, sono la vera Chiesa, ora e nel loro territorio. Solo così l’Assemblea è legittima, come afferma il Concilio Vaticano II (Lumen Gentium 26); allora è giusto che la comunità si raduni.

Quando si tratta di lodare la storia di Dio con il suo popolo e di mettere al centro della comunità il sacrificio della vita di Gesù capace di redimere il mondo intero, un’assemblea che non è in una tale comunione sarebbe una contraddizione nei confronti di se stessa e sarebbe controproducente per il compito che deve svolgere.

Poiché il Papa è il “luogotenente dell’incarico della Chiesa di essere luce per il mondo” (Bernhard Koch), citando il suo nome e quello del vescovo l’assemblea volge il suo sguardo al di là del proprio campanile e vede il suo compito più grande, la solidarietà richiesta nei confronti degli altri cristiani e l’onore di far parte di una nazione che da un confine all’altro della terra (III Preghiera eucaristica) si raduna in tutto il mondo.

La preghiera per il Papa, i vescovi, i sacerdoti, i diaconi e per tutti gli altri al servizio di Dio ha inoltre anche un’altra dimensione.
Il Papa e il vescovo vengono chiamati per nome: Giovanni Paolo, Benedetto, Stefano, Cristoforo, Bruno, Giuseppe, … ma mancano i loro titoli, gradi accademici, o appellativi di cortesia.
Questo dimostra che qui non si tratta di menzionare cortesemente degli ospiti d’onore. Ciò era ben chiaro per la scrittrice Ida Friederike Görres. In una lettera scrisse:
Da parte della Chiesa, i ‘superiori’, non per cortesia sono raccomandati e affidati all’incessante e devota preghiera dei fedeli: una delle più antiche regole monastiche dell’Occidente sollecita addirittura coloro che sono sottomessi ad avere ‘pietà’ di loro, poiché ‘più elevato è il loro rango, più sono esposti al pericolo del giudizio’.
L’essere esposti al pericolo del giudizio sta soprattutto nel fatto di essere convinti di poter svolgere il compito assegnato e di potercela fare da solo, e di credere di sapere come formare la Chiesa, la comunione dei fedeli e la comunità.

Il compito di raccogliere diverse persone per formare una comunità è sempre una pretesa eccessiva, sia che si tratti di 500 o di 50.000 cristiani che fanno parte di una parrocchia, e indipendentemente dal fatto che la diocesi sia piccola o grande.
Per gli operatori ecclesiastici la descrizione migliore sarebbe sempre quella di dire che si tratta di “operai inadeguati”.
Con questa parola termina la parabola del servo inutile (Lc 17,7-10). Luca, usando le parole tipicamente teologiche quali “Apostolo” e “Signore” (17,5), ma anche usando le parole chiave come “arare”, “campo”, “mangiare”, “bere” e “servire” (in greco: diakonein) le dà chiaramente una dimensione ecclesiale.
Anche la parola “servo” è usata in più passi del Nuovo Testamento per descrivere dei ministeri all’interno della Chiesa. Essa diventa l’equivalente per i servizi e gli incarichi all’interno della comunità.

Nella sua omelia in occasione dell’inizio del suo ministero petrino, il 24 aprile 2005, Papa Benedetto XVI ha descritto così la sua situazione:
In tal modo, anche in me si ravviva questa consapevolezza: non sono solo. Non devo portare da solo ciò che in realtà non potrei mai portare da solo.

Ida Friederike Görres intendeva per necessario aiuto della preghiera per il Papa, i vescovi e gli altri collaboratori anche l’esortazione a dire loro, senza timore, la verità.
Nella mancanza di una vicendevole correzione fraterna essa vedeva “uno dei pericoli più gravi” per coloro che ricoprono una funzione direttiva. Secondo lei la preghiera pronunciata per essi esprime la nostra unione con loro e il nostro dovere di sostenerli.